Il primo problema del bancario è se stesso: viaggio nelle emozioni di chi lavora in banca

Da quasi 30 anni alleno e addestro le persone che lavorano in banca a relazioni commerciali più soddisfacenti per tutti, prima di tutto per il cliente, poi per loro e infine per la banca. Sono giunto alla drammatica conclusione che purtroppo il problema più grande è il modo di pensare di chi in banca ci lavora. Da qui derivano a cascata tutta una serie di conseguenze come ad esempio la frustrazione di non ottenere risultati, la necessità di utilizzare strumenti di spinta commerciale a volte molto invasivi, clienti insoddisfatti e normative che obbligano ad avere dei comportamenti etici e corretti.

Il punto quindi dove sta? A prescindere dai vincoli esterni sui quali poco possiamo intervenire come i mercati, i vertici aziendali, il sistema bancario in generale, la Banca Centrale Europea ecc… proviamo invece a lavorare sull’unico punto che ci consente di dominare la nostra piccola area di benessere: noi stessi.

L’aspetto principale che mina il sereno svolgimento del proprio lavoro, parte proprio dalla rappresentazione di sé stessi nella realtà alla quale si appartiene. Una delle frasi che mi capita di ascoltare più di frequente è questa: “Io sono un bancario e mi fanno fare l’assicuratore.” Allora provo ad approfondire che cosa significa profondamente questa frase nell’immaginario di chi ho in aula e scopro che la figura del bancario è inconsciamente una figura idealizzata di una persona tranquilla che lavora il giusto e guadagna tanto. Razionalmente ci si rende conto che c’è uno scollamento tra la realtà vissuta ogni giorno e il proprio ideale professionale, ma continua il disallineamento trai 3 cervelli.

Ad un mio lieve incalzare e a richiesta di verifica circa la correttezza di questa percezione, si rende immediatamente chiaro che le conoscenze e le competenze non sono adeguate all’ideale rappresentato. E allora, l’aumento della felicità di chi lavora nel settore più stressante d’Italia, passa necessariamente da un intervento per riallineare la propria essenza con la importante funzione sociale che il ruolo ci riserva.

Le emozioni che adesso si vivono possono essere modificate a nostro vantaggio solo se si interviene sulle cause e non solo sui sintomi.

Nessuna terapia, nessun tipo di meditazione, nessun intervento che non parta dalla rimozione delle cause può far ottenere un risultato duraturo.

Le emozioni più diffuse sulle quali sarebbe opportuno intervenire per una trasformazione in positivo sono le seguenti: 


1. La paura che deriva dall’incertezza di lavorare in un settore in crisi, che non garantisce più i privilegi di sopravvivenza che per decenni ne hanno definito la tranquillità; può essere trasformata nel coraggio che serve per stare veramente sintonizzati coi clienti, rendendoli protagonisti veri, delle loro storie belle.


2. Il disgusto causato da alcuni comportamenti del sistema, che hanno invitato ad agire in modo contrario alla propria coscienza e per i quali si sono resi necessari potenti interventi legislativi di contenimento; può essere tramutato nella soddisfazione di sentirsi indispensabili per gli altri e quindi di grande VALORE.


3. Il senso di colpa che deriva dall’aver agito, a volte, ai limiti di quello che il proprio sentire riteneva moralmente corretto; diventa orgoglio di avere la legge dalla tua parte che ti protegge da richieste inique.


4. L’inganno che è stato subìto e a volte si è anche reso necessario per sopravvivere in un sistema smarrito; si trasforma nella forza della verità che diventa l’alleato quotidiano principale.


5. La frustrazione di non riuscire ad affermare pienamente il proprio valore sia nei confronti dei clienti, sia nei riconoscimenti che le aziende non danno più; diventa la forza di saper negoziare un giusto riconoscimento in azienda o nel mercato.

6. L’inadeguatezza che si vive quotidianamente, e che si può a sua volta classificare in quattro sotto-emozioni:

6.1. La vergogna provata a causa di campagne denigratorie che da Fantozzi in poi hanno reso il bancario una macchietta anziché una figura importante;

6.2. La disistima che deriva dalla mancanza del senso di importanza della propria missione e dai continui attacchi che arrivano dall’esterno e calpesterebbero l’amor proprio di chiunque; 

6.3. L’imbarazzo di proporsi in maniera nuova e autorevole nei confronti di tutti gli interlocutori;

6.4. La sensazione di non sentirsi all’altezza e di non avere le conoscenze e le competenze idonee a sentirsi di valore.

Si trasformano in fiducia in se stessi e in autostima attraverso percorsi di mantenimento e acquisizione continua di nuove abilità, conoscenze e competenze che le banche NON stanno riuscendo più a dare.

Nel momento in cui ci si rende conto di quale enorme importanza ha la figura di chi si occupa delle Persone e di ciò che è più importante per loro (affetti, fonti di sostentamento e patrimonio) allora si sta iniziando un nuovo Umanesimo: quello che io chiamo FinHuman. Clienti e consulenti al centro della scena.

I risparmiatori italiani più di altri, hanno bisogno di persone leali, competenti e affidabili proprio perché sono meno preparati degli altri cittadini europei. Non hanno le conoscenze e le competenze per poter fare scelte consapevoli se non con la guida e il supporto di chi lavora in banca. Per questo il nostro lavoro è di un’importanza sociale enorme.

Ma se, gli stessi attori non sono disposti a innescare un Nuovo Rinascimento per dare il giusto valore a se stessi, nulla potrà essere fatto dall’esterno per recuperare un po’ di questa importanza. Il legislatore ci sta provando da tempo a tutti i livelli, ma per spirito di paradosso, è avvenuto il contrario.

Se vuoi soddisfazione e felicità incomincia a immaginare un tuo futuro migliore, un futuro diverso che realizzi quello che tutti desiderano ma che il bancario stesso non è disposto a fare suo.

Il primo problema del bancario è dunque se stesso. Io ho visto solo poche persone che hanno un vero atteggiamento energizzante, la maggior parte usa solo belle parole.

Il futuro è nelle nostre mani: per il mio lavoro vedo gente virare verso il loro meglio, tutti i giorni.

Sì. Possiamo fare una Rivoluzione Finanziaria Umanistica.

Antonio Meleleo
#FinHuman

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